Quando, poco più due anni fa, dalla loggia centrale della basilica di San Pietro il cardinale Tauran pronunciò il nome di Jorge Mario Bergoglio, gli scettici sulla nomina del nuovo Papa non tardarono a estendere il dubbio anche sulla sua capacità, da vescovo latinoamericano, di interpretare le peculiarità che storia e tradizione hanno fissato nel panorama ecclesiale italiano. Con la nomina del Pontefice argentino, si diceva, la Chiesa avrebbe certamente guadagnato una prospettiva più global – realizzando in concreto uno degli effetti della sua “universalità” -, ma a detrimento di quella relazione intima e complessa che lega il successore di Pietro e vescovo di Roma alla chiesa in Italia, di cui è primate.
In questi due anni papa Francesco ha conosciuto i vescovi italiani e ha visitato, almeno in parte, l’Italia. Lo ha fatto in uno stile che è ormai letto come un marchio di fabbrica: illuminare le periferie, anzitutto, privilegiare i piccoli. Ne è risultato che i viaggi italiani di papa Bergoglio hanno finora contribuito, per così dire, a svelare l’Italia anche a se stessa. Un’Italia dall’ordinarietà sofferente e in ombra, popolata di disoccupati, profughi, carcerati, ammalati, che il Papa argentino ha scelto – consapevolmente - di restituire alla luce.
Le prime visite di Francesco fuori dal territorio vaticano, nel 2013, sono due isole: Lampedusa, “esempio di accoglienza” per i rifugiati, e la Sardegna, dove temi centrali diventano lavoro e dignità. Il vescovo di Agrigento, che nella sua Lampedusa ricava croci dal legno dei barconi approdati sull’isola, riceve la porpora nel concistoro del febbraio 2015. Cardinale - come gli arcivescovi di Perugia e Ancona creati da Francesco - in una sede non cardinalizia.
Poi, le visite ad Assisi, Cassano allo Jonio, Campobasso, Isernia, Caserta, Redipuglia. Nel 2015 papa Bergoglio sceglie Pompei e Napoli, il prossimo giugno sarà a Torino e, a novembre, a Prato e Firenze per il Convegno ecclesiale della CEI.
Ieri il Pontefice ha incontrato l’episcopato italiano, inaugurandone la 68ma assemblea generale in Vaticano, dedicata alla verifica della recezione dell’Esortazione sull’evangelizzazione, Evangelii Gaudium, a firma di Francesco. E il suo discorso ha confermato una lettura tutt’altro che ingenua della geografia sociale e ecclesiale dell’Italia.
Tra le priorità pastorali Bergoglio indica la legalità e chiede ai vescovi di non essere “timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata”. Esorta a rafforzare la “collegialità”, ovvero la collaborazione tra vescovi “sia nella determinazione dei piani pastorali, sia nella condivisione degli impegni programmatici economico-finanziari” e a mettere a sistema la verifica dell’attuazione di progetti. Scoraggia i convegni e gli eventi che evidenziano “le solite voci” e narcotizzano le Comunità, “omologando scelte, opinioni e persone”. E chiede che i documenti dei vescovi veicolino “proposte concrete e comprensibili”, evitando che prevalgano toni teoretico-dottrinali, “quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro Popolo o al nostro Paese, ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti”.
È una questione, dice, di “sensibilità ecclesiale”. Quella che è nei sentimenti di Cristo, umile e misericordioso.
Per il Papa le riforme strutturali e quelle di carattere organizzativo sono secondarie, e tuttavia anche qui si nota un filo rosso. Nel 2013 aveva incoraggiato i vescovi a ridurre il numero delle diocesi italiane. Con il discorso di ieri chiede perché non accorpare, “prima che sia tardi sotto tanti punti di vista”, le realtà religiose ormai invecchiate. La linea è quella della semplificazione e della sintesi.
Due anni fa i vescovi italiani erano stati invitati a camminare come pastori “innanzi”, “in mezzo e dietro il gregge”, mettendo da parte “ogni forma di supponenza” e infondendo speranza nei fedeli. L’identikit dei pastori dell’era Bergoglio fu affidato, in quell’occasione, a un passo dell’apostolo Pietro che esortava a pascere il popolo di Dio sorvegliandolo «con animo generoso, non come padroni delle persone a noi affidate, ma facendoci modelli del gregge».
Francesco sceglie oggi parole ancora più nette e chiede di “rinforzare l’indispensabile ruolo di laici disposti ad assumersi le responsabilità che a loro competono”, chiarendo che “i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo”. Hanno, invece, bisogno di un vescovo che sia Pastore: che cioè cammini con loro e li difenda da tutto ciò che è “colonizzazione ideologica” e toglie dignità.
Sul ruolo dei laici nella Chiesa ritornano l’eredità del Concilio Vaticano II e il pensiero di Papa Paolo VI, che nel 1965 scriveva: “anche i laici, essendo partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, all'interno della missione di tutto il popolo di Dio hanno il proprio compito nella Chiesa e nel mondo”. Anche Giovanni Paolo II avrebbe dedicato ai laici un documento, Christifideles laici.
Papa Francesco, lo conferma l’indizione del Giubileo, riannoda il filo e ritorna al popolo di Dio. Lo aveva fatto intendere nell’intervista rilasciata alla Civiltà Cattolica e poi ad Assisi, nel 2013, quando al clero ha chiesto di camminare “dietro” il popolo, “perché il popolo ha «fiuto»! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, ha il «sensus fidei», che dicono i teologi”.
E infatti, il primo studio affidato dal Pontefice alla Commissione Teologica Internazionale e pubblicato nel 2014, è dedicato proprio al «sensus fidei», l’istinto che i fedeli possiedono per la verità del Vangelo, “che permette loro di riconoscere la dottrina e la prassi cristiane autentiche e di aderirvi”.
Per Papa Francesco, la Chiesa in Italia sarà sempre più Chiesa di popolo. La parola passa ora, e in questi giorni di assemblea, ai vescovi italiani.